Nuovi dati Unesco confermano il potenziale dell’economia della bellezza

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15 Dicembre 2017

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In che modo la bellezza e la cultura contribuiscono all’economia di un paese e al suo sviluppo sostenibile? Non si tratta di una domanda nuova ma nuova è la risposta dello Statistical Institute Unesco (UIS) che ha pubblicato le statistiche sull’occupazione culturale. 

Partiamo da un dato: l’Italia è sotto la media UE

L’analisi di questi dati – liberamente accessibili qui – richiede tempo ma, giocandoci un po’, si possono subito rilevare degli elementi importanti che i dati abituali sull’occupazione culturale non ci permettono di approfondire.
Focalizziamoci per un attimo sui paesi dell’Unione europea (UE) e, in particolare, sull’Italia.
Secondo i dati dello UIS (Figura 1), nei 23 paesi europei disponibili la cultura contribuisce in media al 5,7% dell’occupazione, se si tiene conto sia dell’occupazione nelle industrie culturali sia delle occupazioni culturali presenti in altre industrie. L’Italia, al 5,3%, si colloca poco al di sotto della media UE, ma ben al di sotto di paesi come la Germania, l’Estonia, la Croazia e la Lettonia che superano il 7%, mentre per la Finlandia la percentuale sale all’8,6%.

Unesco Instutute for Statistics

Le competenze artistiche e culturali valgono, ma non nel settore più naturale d’impiego

Ma la peculiarità di questa base dati è proprio quella di fornire informazioni molto più dettagliate sull’occupazione, al di là del dato totale. Per esempio, è interessante notare che in Italia la percentuale di persone con un’occupazione culturale nelle industrie culturali (per intenderci, l’artista che lavora in una compagnia teatrale e non il contabile) rappresenta l’1,13% rispetto al totale delle persone impiegate a livello nazionale, di nuovo poco al di sotto della media europea (1,36%).

Il dato sale però al 4%, raggiungendo così la media dei paesi UE (3,97%), se si considera la percentuale delle persone con un’occupazione culturale rispetto al totale delle persone occupate.

Questo dato sembra suggerirci che le competenze artistico-culturali trovano impiego soprattutto al di fuori dell’industria culturale, dove possono ugualmente contribuire all’espressione artistica o alla produzione di significati simbolici, culturali o spirituali o, detto altrimenti, a una « culturizzazione dell’economia ». Ci stupisce? Sì, forse stupisce che questa percentuale si limiti al 4% per l’Italia mentre paesi come la Finlandia o la Lettonia presentano percentuali ben più elevate. 

Lavoratori autonomi, precari a vita

Inoltre, i dati dello UIS ci danno diverse indicazioni sulle condizioni di lavoro dei professionisti della cultura e della creatività. Per esempio, non è una sorpresa ma è utile constatare – con dati alla mano – che ci sono molti più lavoratori autonomi nelle professioni culturali che in occupazioni non culturali (ad eccezione della Romania).
In Italia, e in linea con la media europea, circa il 45% delle persone con un’occupazione culturale sono lavoratori autonomi, ossia più del doppio della percentuale di autonomi tra le persone con occupazioni non culturali. È un elemento che non possiamo ignorare se vogliamo far fronte alle condizioni di lavoro specifiche dei professionisti della cultura ed evitare i paradossi dell’economia creativa.

Il doppio lavoro? Una costante

Ancora più importante per l’avvio di politiche evidence-based per la cultura è il dato sul secondo lavoro. La percentuale delle persone impiegate nelle occupazioni culturali che hanno più di un lavoro è infatti ben più elevata di quella di chi lavora in altro tipo di occupazioni. Se da un lato, il dato suggerisce un maggiore dinamismo da parte di chi ha un’occupazione culturale, in linea con il dato sugli autonomi di cui sopra, dall’altro lascia intendere la necessità per i professionisti della cultura di dover integrare lo stipendio, probabilmente a causa dei compensi insufficienti che caratterizzano i «lavori culturali».

Laboratori di archeologia viva

Se vogliamo che la bellezza e la cultura diventino volano di sviluppo economico e sociale ma, soprattutto, vogliamo capire chi effettivamente beneficia dell’investimento in cultura, non possiamo esimerci dall’avere dei dati non solo più comparabili ma anche molto più dettagliati di quelli al momento disponibili. Se è infatti grazie ai numeri che abbiamo cominciato ad apprezzare il valore anche (ma non solo) economico della cultura, ci siamo anche ben presto accorti di quanto i dati disponibili siano spesso inadeguati. Non si tratta soltanto della difficoltà di misurare il valore di qualcosa di intangibile ed intrinseco all’essere umano, per cui probabilmente nessuna misura sarà mai adeguata, quanto della necessità di misurare correttamente ciò che invece può e deve essere rilevato con l’obiettivo di orientare, in maniera consapevole, le scelte di politica pubblica.
Forse non ce ne siamo ancora accorti a sufficienza, ma la cosiddetta «società della conoscenza» di cui tanto si parla, rischia di sparire se i nostri sistemi di welfare non tengono conto delle condizioni lavorative dei professionisti che ogni giorno, con molta fatica, mantengono vivo il nostro patrimonio culturale mobilitando saperi, capacità creatività e spirito d’innovazione.

[Contributo pubblicato da Il Giornale delle Fondazioni]

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