Eolico: soffia il vento della transizione ecologica

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23 Dicembre 2021

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Nel 2020 il mondo ha stabilito il record di nuove installazioni di energia eolica, un dato positivo se si considera che l’elettrificazione basata sulle energie rinnovabili sarà la chiave per garantire l’auspicata neutralità climatica entro il 2050.

Sono sempre più numerosi a ritenere l’eolico sia il modo più economico ed efficiente dal punto di vista energetico per arrivare alla “Net Zero Emissions” entro il 2050 attraverso un percorso progressivo che vede l’Europa impegnata a raggiungere l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra del 55% rispetto al 1990, già entro il 2030. Tuttavia, attualmente l’energia eolica pesa solo per il 15% nel mix elettrico europeo e solo per il 7% in quello italiano. Nonostante negli ultimi anni l’attenzione verso le energie rinnovabili sia notevolmente aumentata, il nostro Paese continua a fare prevalente affidamento sulle fonti termoelettriche, che continuano a generare il 67% dell’energia distribuita.

Per questo motivo l’Istituto per la Competitività (I-Com) ha curato l’edizione di un interessante policy brief dal titolo “Dove soffia il vento della sostenibilità. Transizione ecologica e tutela del paesaggio in Italia“, suddiviso in tre paragrafi:

  • Il primo illustra il ruolo dell’energia eolica nella transizione energetica a livello mondiale ed europeo, con particolare riferimento alla nuova capacità installata;
  • Il secondo sposta l’attenzione sul contesto nazionale, evidenziando il peso predominante delle fonti di produzione tradizionali e un rallentamento – registrato negli ultimi anni – nella produzione elettrica da fonte eolica;
  • La terza parte, infine, propone una disamina delle misure di semplificazione a sostegno dello sviluppo dell’energia eolica.

Il documento evidenzia come l’attivismo delle imprese nazionali debba spesso scontrarsi con un quadro normativo incerto e talvolta penalizzante. E sottolinea come, nonostante i parziali ma innegabili passi in avanti compiuti, questi possano risultare insufficienti per un efficace sviluppo della tecnologia eolica e delle sue potenzialità, con particolare riferimento ai temi del repowering, dell’eolico offshore, del burden sharing e delle aste.

E il paesaggio?

Senza sottovalutare la necessità di implementazione delle rinnovabili, l’importanza e il valore del paesaggio – in particolare nelle realtà di grande pregio, con straordinarie caratteristiche morfologiche del nostro Paese – impongono di trovare un giusto punto di equilibrio.

Attraversiamo un tempo che richiede a governanti, amministratori, imprese e cittadini l’assunzione di una responsabilità storica: in pochi anni, grazie ai fondi straordinari messi a disposizione dall’Ue (in realtà presi a prestito!), si deve compiere una transizione ecologica che passa prioritariamente per una transizione energetica. Accelerare questi cambiamenti, però, non può significare derogare alla responsabilità di valutare, verificare, monitorare, controllare e agire con senso della misura.

Se gli ambientalisti sono stati spesso tacciati di “catastrofismo”, dall’altra i decreti “semplificazione” vanno nella direzione di un’accelerazione incontrollata. Ne sanno qualcosa le comunità locali residenti sull’Appennino tra Foggia, Avellino e Benevento, dove tutti i crinali si sono trovati ricoperti di pale eoliche, alte 250 metri. Sono davvero pronte le altre zone d’Italia a subire la medesima sorte?

Gli aerogeneratori rischiano di trasformare le terre alte in aree industriali prive di operai.

Il dato oggettivo è che l’Italia è un paese già devastato da speculazione selvaggia, da periferie che umiliano la bellezza delle città e da un’edilizia miserabile che in pochi decenni ha superato il volume edificato di tutta la storia precedente (su 25 milioni di fabbricati, 12 milioni sono stati eretti dal IV secolo a.C. al 1959, mentre 13 milioni dal 1960 ad oggi). Possiamo sperare che questo tempo di transizione si traduca prima di tutto in consapevolezza dell’immenso patrimonio rappresentato dal paesaggio?

A fronte di chi richiede meno burocrazia e minori lungaggini, si oppone chi chiede semplicemente una corretta valutazione della posta in gioco: il millenario paesaggio italiano – che tutto il mondo ci invidia – è un valore ben maggiore di quello promesso dallo sfruttamento insensato e predatorio delle risorse del Recovery fund, soprattutto di fronte al sostegno di infrastrutture che non generano qualità della vita e occupazione qualificata ma proventi finanziari a beneficio di qualche multinazionale, senza ricadute nel territorio.

E poi – almeno per quanto riguarda il fotovoltaico – si potrebbe installare senza richiesta di particolari autorizzazioni su terreni già edificati, risparmiando consumo di suolo.

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