L’impatto del Covid destinazione per destinazione: il confronto per capire il futuro

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8 Febbraio 2022

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Riviera Romagnola, Valtellina, Salento, Cinque Terre; e ancora Lago di Como, Costa Smeralda, Dolomiti Lucane, Costa dei Gelsomini, Cilento: sono solo alcune delle numerose destinazioni turistiche italiane, un ventaglio ampio e diversificato di territori che, con la propria identità, offre una vasta e variegata offerta di esperienze turistiche.

Il 2 giugno 2020 SIMTUR ha presentato il programma nazionale «piccole patrie», che ha censito 270 territori identitari – regione per regione – in grado di proporsi nei mercati internazionali come destinazioni turistiche omogenee: certo non tutte partono dalla medesima situazione in termini di preparazione, di posizionamento, di notorietà e di integrazione dell’offerta, ma proprio per questo si è avvertita la necessità di un progetto pilota di dimensione nazionale che – al netto dei confini amministrativi, sconosciuti ai viaggiatori – potesse offrire l’opportunità di ripartire dalle esperienze di comunità per traguardare una nuova geografia del turismo nel Bel Paese.

Piccole Patrie - Cinque Terre

La situazione prima di Covid

Una ricerca di Lybra Destination ha esaminato 206 luoghi per ottenere una visione ampia di quello che è stato l’impatto del Covid nel settore del turismo, destinazione per destinazione. Ci appare uno strumento estremamente coerente con il programma piccole patrie e, pertanto, decidiamo di assumerne l’analisi di contesto per proseguire nella costruzione di futuro. Un futuro che necessariamente deve saper rispondere alle 3 istanze proposte: be green, be digital, be local.

Nel 2019, ultima stagione turistica dell’era preCovid, le destinazioni turistiche italiane stavano vivendo un periodo tendenzialmente positivo: dal 2014 era iniziata la lunga fase di recupero dalla crisi finanziaria e, anche se alcune di loro segnavano variazioni percentuali non proprio rassicuranti, nella maggior parte dei casi i tassi di crescita erano più che positivi. Le destinazioni turistiche principali – quelle con un flusso di oltre 10 milioni di presenze/anno – erano soltanto 6 e rappresentavano, da sole, il 32% di tutte le presenze nazionali: al primo posto Roma Capitale con 30,9 mln di presenze; poi Riviera Romagnola (29,9 mln), Lago di Garda (19,8 mln), Milano e Cintura Metropolitana (14,4 mln), Firenze e Area Fiorentina (13,7 mln) e Venezia (12,9 mln).
Ciò consolidava l’opinione ormai largamente condivisa dagli associati SIMTUR di un’Italia che, turisticamente, è fondata su 2 soli prodotti turistici: mare e città d’arte.

Ma il Bel Paese è molto più di questo, e i mercati ne sono a conoscenza. Una quota crescente di viaggiatori aveva già iniziato a volgere lo sguardo verso località niente affatto «minori», capaci di raccogliere tra 1 e 10 milioni di presenze annue: si tratta di 77 destinazioni distribuite in tutta la Penisola che hanno dimostrato con i numeri le proprie proiezioni nello scenario turistico, assommando il 60% delle presenze nazionali. Tra queste, le più importanti erano: la Val Pusteria (9,7 mln), la Costa del Friuli (6,7 mln), la costa di Jesolo-Eraclea (6,5 mln), l’area di Bologna e Modena (6,4 mln) e la Costa degli Etruschi (5,7 mln con l’Isola d’Elba).

I grandi player del turismo – agenzie di viaggio, tour operator ma anche le istituzioni pubbliche – potevano essere soddisfatte anche senza guardare alle infinite altre località di villeggiatura, svago e intrattenimento disseminate in ogni dove, dalle sponde dei fiumi alle creste dell’Appennino: scrigni d’arte e di cultura riservati a numeri di viaggiatori più curiosi, più attenti e più capaci di sfuggire alle lusinghe del marketing. Piccole destinazioni turistiche che muovevano flussi turistici inferiori alle 500mila presenze annue. Tra queste, vale la pena citare almeno alcune: Arezzo (453 mila), l’area Vesuviana (403 mila), il Mugello (315 mila) e la Val di Non (260 mila).

L’ingresso nell’era delle pandemie

Il 2020 del turismo non ha bisogno di presentazioni: dopo un gennaio da numeri “regolari”, da metà febbraio e per i mesi successivi i flussi turistici sono stati quasi azzerati, per riprendere poi, timidamente, in estate e in autunno, tornando a scendere di nuovo in inverno.

Senza alcun dubbio, la destinazione che ha sofferto maggiormente è stata Roma, che rispetto al 2019 ha perso ben 24,4 milioni di presenze, ovvero il 79,0% del suo mercato consolidato. Come si può comprendere, il triste primato è dovuto principalmente all’assenza dei turisti stranieri, che rappresentavano il 70% del totale dei pernottamenti: si è passati da 21,6 mln a 2,9 mln, con una variazione percentuale del -86,6%.

Per lo stesso motivo, le grandi città d’arte italiane e le altre destinazioni ad elevato tasso di arrivi internazionali hanno presentato enormi volumi di perdita. Oltre la metà delle destinazioni esaminate ha segnato una contrazione maggiore al 50%: Firenze e l’Area Fiorentina ha perso ben l’80,6% dei pernottamenti; seguono la Penisola Sorrentina (-79,7%), Milano (-72,7%), Venezia (-72,5%), Costiera Amalfitana (-70,5%), Ciociaria (-68,4%), Costa dei Gelsomini (-67,5%), Litorale del Lazio (-66,9%), Costa dei Grifoni e Riviera del Corallo (-66,6%), Terme e Colli Euganei (-65,8%), Verona (-65,8%) e Capri (-65,7%).

Come è noto, gli associati SIMTUR non prestano particolare attenzione ai confini amministrativi, nemmeno quelli regionali, poiché per lo più sconosciuti alla maggior parte dei visitatori. Ma per rispondere a chi avverte la necessità di dare uno sguardo a livello di aggregato regionale, confermiamo essere il Lazio ad aver subìto maggiormente la crisi pandemica, a causa della forte dipendenza del turismo regionale ai flussi turistici della capitale, smarrendo ben il 76% dei pernottamenti. Le altre Regioni che hanno perso più della metà dei flussi sono Campania (-66%), Lombardia (-62%), Sardegna (-59%), Piemonte (-57%), Sicilia (-56%), Veneto (-55%), Toscana (-53%).
Le meno colpite, capaci di limitare i danni “soltanto” ad un terzo delle presenze, sono le destinazioni della Puglia (-35%), Abruzzo (-33%), Marche (-28%) e il Molise (8%). Ci piace pensare che le destinazioni presenti in queste regioni siano riuscite a contenere i danni perché rimaste più autentiche, più lontane dal sovraffollamento percepito (“overtourism“), più “familiari” e meno dipendenti dai segmenti della domanda internazionale.

Impatto del Covid sulle destinazioni turistiche italiane, regione per regione

Non solo mare e grandi città d’arte

Continuiamo a ripeterlo senza stancarci. L’Italia intera, in fondo, è un paese piccolo piccolo: il suo punto più a nord, la Vetta d’Italia sulle Alpi Aurine, dista soltanto 1.291 chilometri da quello più a sud, Punta Pesce Spada sull’isola di Lampedusa. Ed è inoltre in gran parte montuosa, con poche pianure e corsi d’acqua importanti. Eppure su questo piccolo pezzo di terra si è accumulata nei secoli una straordinaria varietà di esperienze umane, che hanno lasciato tracce di queste storie, numerose e diverse, che sono diventate paesaggi, tradizioni, culture e opere d’arte, oggi rappresentate da un patrimonio collettivo che si esprime attraverso 3.882 musei e raccolte di collezioni (79,1%), 630 monumenti (12,8%), 327 aree archeologiche (6,7%) e 69 ecomusei (1,4%), disseminati in modo diffuso e capillare in tutto il territorio nazionale.

Senza dimenticare che attualmente l’Italia detiene il maggior numero di siti inclusi nella lista dei patrimoni dell’umanità UNESCO: 58 siti, di cui vale particolarmente la pena ricordare i 5 naturali (Isole Eolie, Monte San Giorgio, Dolomiti, Monte Etna, Antiche faggete primordiali dei Carpazi e di altre regioni d’Europa) e gli 8 paesaggi culturali (Costiera Amalfitana, Portovenere, Cinque Terre e Isole, Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, con i siti archeologici di Paestum, Velia e la Certosa di Padula, Sacri Monti del Piemonte e della Lombardia, Val d’Orcia, Ville e giardini medicei in Toscana, Paesaggi vitivinicoli del Piemonte: Langhe-Roero e Monferrato, le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene.

Anche lontani dalle mete più celebrate dai film di Hollywood e dagli sfondi delle cartoline più note, questi riconoscimenti dimostrano inequivocabilmente che le esperienze collettive della storia sono diventate città, paesi, borghi e villaggi, formando una Nazione di piccoli centri abitati, di paesaggi poco antropizzati, di tradizioni meno conosciute ma ben conservate.
Vale la pena qui ricordare – senza alcun timore di andare fuori tema – come siano oltre 5.000 i Comuni con meno di 5.000 residenti, in cui vive 1/6 della popolazione italiana (oltre 10 milioni di abitanti), situati per il 94% nell’entroterra, a copertura del 70% del territorio nazionale. Non dovrebbe sorprendere, quindi, che rappresentino un’Italia capace di raccogliere l’attenzione di una parte crescente del turismo: essi presentano il 42% dell’offerta ricettiva nazionale in termini di esercizi e il 35% dei posti letto.
Così si capisce che il mercato interno (il leisure degli italiani) guardi comprensibilmente al mare e alla stagione estiva. Anche se non è una buona ragione per volgere le spalle alla dimensione rurale, ai rilievi ed alle aree interne.

Il tessuto vivo del Paese è costituito da piccoli Comuni dell’entroterra, attrattivi grazie ad un contesto paesaggistico integro (il 40% delle località ricade in almeno un’area naturalistica protetta), ad una ricca offerta museale e ad una pressoché infinita ricchezza di prodotti tipici, tutelati e certificati (nel 70% delle località esiste un marchio di qualità riconosciuto).
Queste risorse sono peraltro supportate da una solida rete di accoglienza e ospitalità (oltre 7 strutture ricettive e 6,7 ristoranti ogni 1.000 abitanti), in continua espansione e riqualificazione. Sono inoltre realtà più propense all’innovazione nella gestione sostenibile del territorio, con una percentuale di raccolta differenziata superiore alla media nazionale, che si contraddistinguono per un utilizzo ottimale di fonti rinnovabili e per l’impegno nel non profit: più di 6 istituti non profit ogni 1.000 abitanti, con oltre il 10% della popolazione coinvolta nel volontariato, rispetto al 5,6% della media nazionale (risultati di un’indagine del Touring Club Italiano, dai quali si evince con chiarezza come una destinazione turistica sia certamente un territorio caratterizzato dalle risorse specifiche, distintive e uniche che ne caratterizzano l’offerta, ma che tuttavia un’esperienza di viaggio possa essere organizzata anche attorno a servizi creativi e ricreativi, centrati sulla persona, con elevato valore aggiunto anche in termini culturali e sociali.

Durante l’orribile anno 2020, ci sono state due tipologie di destinazioni che hanno subìto meno perdite: le località balneari con un mercato prevalentemente domestico e le località montane.
Tra queste spiccano la Riviera del Conero che perde “solo” il 17,9% dei pernottamenti rispetto al 2019, la Maremma Toscana del Sud (-25,0%), le Dolomiti Venete (-25,2%), la Riviera Apuana (-25,4%), la Val di Fassa (-25,5%), la Costa dei Trabocchi (-26,3%), l’Altopiano della Paganella (-27,1%), la Val Pusteria (-27,6%), il Primiero (-27,7%), il Salento (-28,6%), gli Altipiani Cimbri (-29,2%) e la Costa degli Etruschi (-29,8%).

Presenze nelle destinazioni turistiche dopo covid

Sì, lo sappiamo: molti di noi dovranno ricorrere ai motori di ricerca sul web per rintracciare alcune di queste località, poiché da decenni non appartengono al dizionario delle celebrazioni, alle classifiche della mondanità, né alle copertine dei cataloghi di viaggio.

Ma è in questa Italia che non vuole più sentirsi «minore» che risiedono le risorse e le energie necessarie per riaccendere le luci del comparto economico più straordinario del sistema Paese. Straordinario non soltanto perché arrivato a rappresentare il 13% della ricchezza e il 6% dell’occupazione (al netto delle economie sommerse), ma anche perché restituisce a tutti noi motivi di orgoglio, di appartenenza, di coesione e di speranza.

Torniamo al punto di partenza: be green, be digital, be local. In questo tempo solo apparentemente immoto abbiamo tutti la grande opportunità di ridisegnare le geografie turistiche del Bel Paese. Non senza sforzi, certo. E’ necessario investire nell’innovazione, della formazione, nella sostenibilità, nella digitalizzazione mirata all’integrazione dell’offerta, nella cooperazione intersettoriale e nelle diversità – e biodiversità – eccezionali di questo strano bellissimo Paese.

Viviamo tutti in questo presente appeso, sospeso e denso di incertezze. Ma non può essere un alibi per limitarsi a sperare che tutto torni come prima. Né possiamo consentire che il Pnrr con la sua straordinaria dotazione di risorse – prese a prestito dalle generazioni future! – possa evitare di volgere lo sguardo agli italiani di domani.
Se i numeri di questa ricerca possono aver suggerito una riflessione, condividila. Non soltanto sui social network, sempre importanti, ma anche leggendo la Carta delle Piccole Patrie e partecipando ai coordinamenti territoriali di SIMTUR: per saperne di più, entra in contatto e scegli di aderire.

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