Esiti del bando borghi sulla coesione territoriale

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15 Aprile 2022

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Quando ormai sono chiuse la linea A e la linea B del “bando borghi” – in attesa della linea C dedicata alle imprese – da più parti si sollevano voci molto critiche: non è stata condivisa la visione e non si è compresa la strategia, che a parere di molti ha fatto assomigliare la partecipazione ad una “lotteria“.

Si potrebbe parlare di coralità: non si contano più le voci che manifestano dissenso verso il dicastero della Cultura guidato da Dario Franceschini, il Ministro che soltanto pochi mesi fa – era dicembre 2021 – presentava la misura miliardaria come «un’occasione unica per il Paese» che avrebbe dato «nuova vita ai borghi» attraverso «una grande operazione di valenza culturale sociale».

I primi a sollevare qualche dubbio sulla più imponente misura del Recovery Plan furono i sindaci, infuriati già a febbraio: «È una lotteria, le Regioni danno soldi a residenze sabaude e centri storici di grandi città», titolava a 12 colonne Il Fatto Quotidiano. In evidenza la mancanza di una definizione precisa della parola “borgo”, che avrebbe consentito di investire risorse molto oltre i confini delle piccole comunità montane o collinari cui apparivano destinate. In un combinato disposto che ha consentito – con la linea A, dedicata a “Progetti pilota per la rigenerazione culturale, sociale ed economica dei borghi a rischio abbandono e abbandonati“, con una dotazione di 420 milioni di euro – di individuare beneficiari su designazione diretta delle Regioni (naturalmente ciascuna con criteri propri).

Non si è fatta attendere la reazione di ANCI – Associazione Nazionale Comuni Italiani, che aveva chiesto al Ministero percorso più chiari, con avvisi pubblici e bandi come per la Linea B, quella dedicata a “Progetti locali per la rigenerazione culturale e sociale“, con una dotazione finanziaria di 580 milioni di euro.

«Nella sua attuazione pare essere stati presi anzitutto dalla necessità di spendere, di spendere presto, più che dalla elaborazione di una vera e propria strategia di intervento» – chiosa Rossano Pazzagli, docente dell’Università del Molise e vicepresidente della Società dei Territorialisti: «Si è data forma ad un programma calato dall’alto, piuttosto che ad una pianificazione partecipata dal basso, di fatto smentendo e rendendo così meno credibile l’impegno profuso con la Snai (Strategia Nazionale Aree Interne) negli ultimi anni in decine di aree italiane».
«La generalità dei Comuni delle aree interne avrebbe bisogno di qualche decina di migliaia di euro per vivere, per i servizi fondamentali – sanità, scuola, mobilità – per mantenere una strada, una linea di trasporto locale, per incentivare l’agricoltura, la cultura, il paesaggio. Invece si è deciso di dare 20 milioni a un comune solo, magari per creare una eccellenza che nasconda il persistente degrado generale».

Venti contro duemila

20 progetti da 20 milioni di euro, con migliaia di altre comunità locali in lotta per la sopravvivenza. Non si è fatto attendere il commento di Marco Bussone, presidente di Uncem – Unione Nazionale Comuni ed Enti montani: «Non doveva essere così, in un Paese che dovrebbe generare coesione a partire dall’unità delle istituzioni, facendo lavorare insieme i Comuni. Solo insieme, in un territorio omogeneo i Comuni sono vincenti e forti. Non da soli e uno contro l’altro! Così si distrugge la rete dei Comuni, si ignorano le faticose reti esistenti, si inabissa il lavoro dei Sindaci che vincono i campanilismi e i dannosi municipalismi per essere forti insieme».

«Scelte del tutto inadeguate anche per la linea B del bando – prosegue Bussone229 Comuni saranno prescelti da una Commissione che dovrà esaminare migliaia di candidature. Mentre aspettiamo la linea C per le imprese, non è ancora chiaro se ne potranno beneficiare soltanto i titolari del biglietto fortunato della linea B, rendendo ancor più inopportuno un percorso che ha spinto centinaia di Comuni a correre verso l’avviso con il supporto di assistenze tecniche pagate bene, in alcuni case approdate nei Comuni italiani da mezza Europa… promettendo molto, anche in termini di punteggi, ma generando non poco caos».

E se le polemiche contro la “lotteria” del bando borghi sono state tante e feroci, dopo la scadenza del 15 aprile, quando i Comuni che avevano partecipato al bando si sono visti escludere per una manciata di punti, è esploso il rancore. Un risentimento che peraltro si indirizza verso il campanile vicino, con una certa invidia per l’estrazione fortunata. Un dissapore che impiegherà del tempo per svanire e che – nel frattempo – remerà contro ciò che resta della coesione territoriale.

Da tempo SIMTUR propone il programma nazionale «piccole patrie» che, al contrario, lavora per ripartire dalle identità locali, dal “genius loci“, dallo spirito di appartenenza e dalle esperienze di comunità. Un lavoro quotidiano e instancabile, che offre assistenza gratuita ai piccoli Comuni in percorsi di partecipazione, animazione territoriale, digitalizzazione e valorizzazione dei patrimoni materiali e immateriali diffusi.
«Cerchiamo di raccogliere l’insegnamento di Adriano Olivetti – spiega Federico Massimo Ceschinritessendo i motivi di una “responsabilità sociale di territorio” che consenta di ripartire dalla comunità per riconnettere i luoghi e stimolare formule innovative di accoglienza e di ospitalità, fondate sulla dimensione rurale che per decenni si è voluta nascondere sotto il tappeto mentre la ramazza della modernità e della velocità si è trasformata in voracità smisurata, voltando le spalle alle montagne e alle aree interne, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti».

«Anche ai Comuni selezionati – continua Ceschinva ricordato che il Pnrr prevede un’anticipazione limitata ad un massimo del 10%, con una o più quote intermedie fino al raggiungimento del 90% dell’importo della spesa dell’intervento a titolo di rimborso delle spese effettivamente sostenute dai beneficiari finali. Al netto dell’anticipazione iniziale, quindi, tutte le altre tranche di finanziamento verranno erogate soltanto a rendicontazione, con conseguente necessità per i beneficiari di anticipare somme: sul piano della cassa, l’esposizione in termini di liquidità potrebbe anche risultare molto limitata, per un Comune di grandi dimensioni, tuttavia nel caso dei piccoli Comuni tale onere dovrà essere attentamente ponderato».

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