La mobilità dolce non è soltanto sostenibile, ovvero “a impatto zero” perché basata su trasporti non motorizzati che fanno ricorso esclusivamente alla forza umana (a piedi, in bicicletta o con altre energie naturali o rinnovabili), ma va oltre per offrire un paradigma diverso: si propone come la forma di mobilità che viaggia alla velocità dell’utente più debole e più fragile, in sintonia con i luoghi e con l’ambiente.

Al punto quattro del Manifesto del Futurismo pubblicato nel 1909 da Tommaso Marinetti, si leggeva: «Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità». Un deliirio d’onnipotenza che vaticinava il sentimento distruttivo che accompagnerà l’umanità per tutto il Novecento avverso ciò che di lento e contemplativo aveva fatto l’Umanità prima dell’avvento del motore a scoppio. E lo accompagnerà fino ad oltre l’epoca dell’entusiasmo per le plastiche.

Nessuno nega che la velocità dei mezzi di trasporto motorizzati abbiano rappresentato nel Novecento un momento liberatorio ed esaltante, rispetto ai piedi e al cavallo che per millenni hanno costretto le persone a spostamenti lenti, scomodi e faticosi. Ma è stato sufficiente un secolo per misurarne gli effetti devastanti: incidentalità, inquinamento e alienazione. La velocità è un fattore determinante quando sottende un’azione urgente, una cura medica, un salvataggio, oppure una consegna di merci o un trasporto di persone, anche se in quest’ultimo caso è pur vero che essa sopprime ciò che sta in mezzo ai due punti di partenza e arrivo. Salire su un mezzo veloce, spesso oscurando anche i finestrini e isolandoci in una capsula tecnologica asettica, sopprime il concetto stesso di viaggio, che non esiste più in termini di esperienza, conoscenza, incontro inatteso e casuale, stupore, meraviglia, ammirazione…

Così accade nelle nostre città, dove ogni giorno chi si sposta per recarsi a scuola, all’università o al lavoro corre trafelato inseguendo traiettorie individuali, a scapito del trasporto pubblico, con l’urgenza di risparmiare tempo, ignorando ogni dettaglio intermedio. I centri urbani di maggiore dimensione diventano nodi di questo formicolio incessante, che non consente più di vedere quanto siano diventate orribili le periferie e – insieme ad esse – le condizioni di vita di larga parte della nostra stessa comunità.

A volte, quando riusciamo a riconquistare un po’ di tempo e proviamo a percorrere le stesse distanze lentamente, a piedi o in bicicletta, ecco che improvvisamente ci si dischiudono paesaggi inediti, scorci inattesi, botteghe intriganti, dettagli architettonici o naturalistici. E torniamo ad incontrare le persone.

Allora il viaggio non è più un tempo morto, bensì un’esperienza attiva, che lascia qualcosa alla fine della giornata, non foss’altro per la percezione del fluire delle stagioni – luci, temperature, venti, piogge, nevi, colori del fogliame – che ci è negata nel bozzolo artificiale motorizzato. Questa è la mobilità dolce: la riconquista della dimensione umana. Perché opera come un vasto tessuto connettivo capace di rimettere al centro la persona e il paesaggio, il territorio e la dimensione “borghigiana”, i gesti tradizionali e il sapore autentico e genuino del sentirsi comunità.

Per promuoverla occorrono infrastrutture adatte e sicure, ampie vie pedonali e ciclabili, viali alberati, greenways ottenute dalla riqualificazione di vecchie ferrovie dismesse, argini e strade armoniosamente connesse a spazi verdi e corsi d’acqua, luoghi di sosta e di contemplazione, servizi igienici, chioschi di ristoro, innovative forme di trasporto pubblico, di mobilità elettrica, di micromobilità personale ed ecologica, accompagnando la transizione ecologica dei luoghi e delle società.

Una svolta epocale

Ciò apre lo scenario ad una notevole varietà di orientamenti, di indirizzi strategici e – soprattutto – richiede la modifica del quadro delle competenze necessarie a realizzare sistemi imperniati sulla centralità della persona, sull’accessibilità, sulle pratiche di consumo, sugli stili di vita, sulla velocità stessa dei nostri trasferimenti e dei nostri orizzonti, incidendo profondamente sul nostro modo di essere comunità.

I percorsi da disegnare per la mobilità umana sono costituiti da elevate componenti immateriali, ancora spesso ritenute marginali: paesaggi e comunità locali sono fattori disaggregati, considerati ancora infruttiferi, senza riguardo per usi, costumi, stili di vita, ambizioni e identità che tuttavia possono trovare nella mobilità uno straordinario collante, se pianificata e realizzata in modalità coerenti, oltre che compatibili: sottratta alla polverizzazione dettata da confini amministrativi o da eccessive dosi di campanilismo, può costituire lo strumento per connettere luoghi e situazioni, beni culturali e ambientali, monumenti e attrattori “minori”, attraverso nuovi modelli di fruizione e di partecipazione – nonché attività di animazione, laboratori, esperienze di visita, allestimenti temporanei – consentendo la rigenerazione delle periferie e delle aree periurbane, nonché la valorizzazione delle loro valenze peculiari e non delocalizzabili, anche in chiave di turismo sostenibile e responsabile.

Per questo motivo dobbiamo chiedere il riconoscimento della figura professionale di “esperto di mobilità”

Non un ennesimo albo, e forse nemmeno soltanto un certificato abilitante, ma un vero e proprio percorso professionalizzante che doti il Paese di nuovi orientamenti consapevoli, permeati dalla cultura del viaggio e dalla capacità di ascoltare le esigenze dei cittadini, che possono essere viaggiatori, esploratori, viandanti, pellegrini, migranti o turisti, così come di tutte le persone e le culture in movimento attraverso questo mondo globalizzato che si aggrappa con forza a ciò che rimane dell’identità dei luoghi, facendoci sempre più sentire parte integrante di società in continuo e repentino mutamento.