Dopo la pandemia, città policentriche e sostenibili

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13 Luglio 2021

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Era ben noto, anche prima di Covid-19, che le città producono il 70% delle emissioni globali di gas serra. Ma è risultato chiaro fin dai primi giorni successivi la dichiarazione di pandemia che gli ambiti urbani sono stati particolarmente colpiti dal virus. Ma come sarà possibile trasformare la crisi in un’opportunità per le città?

Una delle più grandi lezioni apprese dalla crisi del Covid-19 è che le città sostenibili e resilienti sono state in grado di gestire meglio la pandemia“, ha affermato Jan Vapaavuori, sindaco di Helsinki, in un recente evento della Banca mondiale, sottolineando come valga la pena “porre ancora più enfasi sui temi della sostenibilità rispetto a prima”. Secondo il rapporto di Un-Habitat, “Cities and pandemics: towards a more just, green and healthy future”, a causa della pandemia 120 milioni di persone finiranno in povertà e il tenore di vita si ridurrà del 23%. Una “nuova normalità” può emergere nelle città soltanto a condizione di garantire priorità a quattro elementi:

  • ripensare la forma e la funzione della città;
  • affrontare la povertà e le disuguaglianze;
  • ricostruire una nuova economia urbana (sostegni per aiutare le piccole imprese, i lavoratori informali e i settori a rischio);
  • rendere più chiare la legislazione urbana e la governance.

Prima del Coronavirus si stimava che entro il 2050 quasi il 70% delle persone avrebbe scelto di vivere in aree urbane. Dallo scoppio di Covid-19, un certo numero di città ha introdotto nuovi modelli tesi ad affrontare i problemi di pianificazione urbana: la “città compatta“, i “superblocchi”, la “città dei 15 minuti“, la “città senza auto” o una combinazione di questi elementi (tra rigenerazione e urbanismo tattico).

Nuovi modelli di città

Le città compatte (in inglese compact cities) sono caratterizzate da una maggiore densità residenziale, distanze più brevi e un uso più diversificato del territorio. Uno degli elementi cardine è il trasferimento dai veicoli a motore privati verso i pedoni, le biciclette e il trasporto pubblico a basse emissioni. Le città compatte portano grandi benefici alla salute dei cittadini, come ha rivelato uno studio pubblicato nel 2016 sulla rivista The Lancet che aveva come autore principale il professor Mark Stevenson dell’Università di Melbourne.

Barcellona, invece, sta progettando di creare oltre 500 cosiddetti “superblocchi” per ridurre il traffico dei veicoli a motore all’interno di alcune strade, per fornire più spazio per le persone e le aree verdi. Secondo Francesca Bria, già assessora alle Tecnologie e all’innovazione digitale di Barcellona al fianco della sindaca Ada Colau, l’iniziativa ha permesso di riconquistare il 60% dello spazio pubblico, riducendo fortemente i livelli di CO2 e favorendo una mobilità più sostenibile. Si stima anche che i superblocchi potrebbero prevenire quasi 700 morti premature ogni anno nella città catalana.

Parigi, invece, sta introducendo il modello della città dei 15 minuti, un luogo dove lavoro, scuola, intrattenimento e altre attività possano essere raggiunti a un quarto d’ora a piedi da casa. La Ville du quart d’heure è stato uno dei cavalli di battaglia nella campagna elettorale che, a primavera del 2020, ha portato alla riconferma del sindaco di Parigi Anna Hidalgo. Ma è Carlos Moreno, urbanista franco-colombiano associato presso la Sorbona di Parigi, l’artefice di questo modello che ha fatto il giro del mondo come un nuovo approccio urbano e territoriale segnato da tre idee principali: cronourbanismo, per dare un nuovo ritmo alla città considerano i tempi nella pianificazione urbana; cronotopia. La visione di Moreno è quella di una città policentrica, dove la densità abitativa venga resa piacevole, dove gli abitanti possano soddisfare sei categorie di funzioni sociali: vivere, lavorare, rifornirsi, curarsi, imparare e divertirsi. “Dobbiamo ripensare le città in base ai quattro principi guida che sono gli elementi chiave costitutivi della città dei 15 minuti”, ha affermato Moreno nel corso di un Ted Talk. In primo luogo, l’ecologia: per una città verde e sostenibile. In secondo luogo, la vicinanza: vivere a ridotta distanza dalle altre attività. Terzo, la solidarietà: per creare legami tra le persone. Infine, la partecipazione dovrebbe coinvolgere attivamente i cittadini nella trasformazione del loro quartiere.

Policentrismo e dispersione

Si fa strada, insomma, l’idea di una “città policentrica“, o “città arcipelago“, per usare l’espressione dell’architetto Stefano Boeri, autore del celebre Bosco verticale di Milano, in cui le priorità siano la desincronizzazione dei tempi di vita, la riduzione del traffico e un maggiore impiego degli spazi aperti, come strade e piazze, giardini e parchi. L’architetto milanese è convinto che dopo la pandemia nelle metropoli nasceranno quartieri più vivibili e autosufficienti per sostituire i grandi aggregatori di oggi.

L’idea di creare un policentrismo urbano capace di superare la gerarchia spaziale tra centro e periferia è una strategia molto giusta”, afferma Walter Vitali, direttore scientifico di Urban@it-Centro nazionale di studi per le politiche urbane e coordinatore del Gruppo di lavoro Goal 11 dell’ASviS. “Da decenni gli urbanisti ci lavorano ma è indubbio che il Covid-19 stia accelerando questo processo. Il secondo elemento è muoversi nel solco della sostenibilità. A me pare che la lezione principale della pandemia sia nella formula “One world One health”, ossia nel fatto che non possiamo scindere la sostenibilità urbana da quella globale, e anche i rischi collegati alla distruzione degli habitat naturali si combattono attraverso un diverso modello di sviluppo. Non c’è dubbio che la principale sfida urbana sia questa”.

Una visione d’insieme è fondamentale, secondo Vitali, per mettere in stretta relazione le città e il territorio circostante: “Non c’è dubbio che dalla pandemia sia venuta alla luce una certa fragilità urbana, però inviterei a non ragionare per contrapposizioni. Il territorio nelle sue diverse articolazioni ha bisogno di una visione complessiva che tenga conto del rapporto tra le città e le aree esterne, e questa non è una scoperta della pandemia. Nel dibattito internazionale si ritiene che la dispersione urbana sia il principale nemico della sostenibilità, perché è legata a una mobilità individuale, su distanze lunghe da percorrere in auto. Non vedo in Italia una grande attenzione su questo. Vorrei sentir parlare di più di alleanza con le aree interne, di borghi, di patti territoriali. Anziché pensare a una fuga dalle nostre città, diciamo che queste vanno risanate e rese sostenibili”.


[Da un contributo di Andrea De Tommasi per FuturaNetwork ]